COS’È IL COACHING E COSA FA UN COACH
John Whitmore, uno dei pionieri del coaching moderno, definisce il coaching come un processo che mira a liberare il potenziale di una persona al fine di ottimizzare le sue prestazioni, concentrandosi sull’apprendimento piuttosto che sulla trasmissione di conoscenze. Il coaching, secondo Whitmore, facilita l’apprendimento, l’auto-scoperta, consentendo all’individuo di superare convinzioni limitanti e raggiungere il massimo del suo rendimento.
Il coaching può essere definito come una metodologia che si basa sulla collaborazione tra coach e cliente per raggiungere obiettivi specifici, attraverso un processo relazionale e orientato al futuro. Si tratta di un percorso che mira a sviluppare le potenzialità del cliente e a migliorare le sue performance, sia a livello personale che professionale; si focalizza in particolare sulle dinamiche mentali dell’atleta/performer e su tutte quelle problematiche che possono influenzare la motivazione: ansia, stress, concentrazione, capacità attentive, ecc.
A differenza del Trainer, il Coach non si occupa della preparazione fisica dell’atleta ma s’interessa della preparazione mentale e psicologica alla gara.
Il ruolo del Coach non è ottimizzare la prestazione dell’atleta dal punto di vista fisico e tattico ma migliorarla in termini emotivi, mentali e motivazionali.
Il Coach non pone la prestazione al centro del processo ma la persona.
IL MENTAL COACHING
Il Mental coaching è un metodo processuale e relazionale che aiuta le persone a migliorare le proprie prestazioni e a raggiungere i propri obiettivi, concentrandosi sullo sviluppo delle capacità mentali ed emotive. Si tratta di un processo che mira a potenziare consapevolezza, motivazione, resilienza, autoefficacia, concentrazione ecc., permettendo all’individuo di raggiungere gli obiettivi prefissati con maggiore efficacia e soddisfazione.
Il Mental coaching non è una seduta terapeutica bensì una sessione che si sviluppa come una conversazione tra Coach e Coachee. Lo scopo della sessione è consentire al Coachee di sviluppare maggiore consapevolezza di sé stesso, delle proprie risorse e obiettivi, e a sviluppare un piano d’azione per raggiungerli.
LA FIGURA DEL MENTAL COACH
Il Mental coach è una guida in quanto accompagna il cliente a sviluppare le proprie risorse interne e a raggiungere i propri obiettivi attraverso un processo di cambiamento personale. Il Mental coach accompagna il cliente nel processo di definizione e raggiungimento dei suoi obiettivi, stimolando la sua autonomia e la sua capacità di trovare le proprie soluzioni. È quindi un facilitatore del cambiamento, stimola la riflessione e l’auto-scoperta, ma non fornisce soluzioni preconfezionate o dirette.
Nello specifico il Mental coach si occupa delle facoltà cognitive dell’atleta/performer (attenzione e concentrazione), interviene sulle aree motivazionali, sulla resilienza, sulla propensione alla sfida, ecc.
Lo strumento principale del Mental coach durante le sessioni di coaching è rappresentato dalle domande. Queste, se ben strutturate, mirano a stimolare la riflessione, la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità nel coachee. Tramite questo potente strumento il cliente riesce a esplorare il proprio mondo interiore, a trovare risposte e soluzioni, e a fare un passo avanti verso il raggiungimento dei propri obiettivi. Le domande mirano a far emergere il potenziale del cliente, a chiarire gli obiettivi, a superare le difficoltà e a promuovere il cambiamento.
Per concludere, il Mental coach non è un risolutore di problemi ma un facilitatore del cambiamento il cui scopo è aiutare le persone a raggiungere obiettivi, superare blocchi mentali e migliorare le prestazioni, sia in ambito personale che professionale. Il Mental coach agisce come una guida nel processo di trasformazione del cliente senza fornirgli risposte, ma aiutandolo a trovarle da sé attraverso un processo di domande mirate e stimolanti.
Il Mental coach ascolta il cliente senza giudizio e pregiudizio, lo lascia parlare affinché egli possa esplorare e conoscere sé stesso.
MENTAL COACHING E CANTO
Quale nesso c’è tra Mental coaching e canto?
Per meglio comprendere il collegamento tra le due materie e l’efficacia del Mental coaching nel canto, è indispensabile quanto doveroso introdurre il rivoluzionario pensiero di colui che è considerato il pioniere del coaching moderno e della psicologia sportiva: Timothy Gallwey.
Nel suo celebre libro “The Inner Game of Tennis” Gallwey sostiene che “ogni atleta, ogni persona gioca contemporaneamente due partite, sul campo e nella vita: una contro l’avversario e una contro una parte di sé che è impegnata in una incessante attività di analisi, giudizio e autocritica che crea dubbi, insicurezza facendo calare focus e concentrazione.”
Secondo Gallwey la “partita” principale non si svolge contro l’avversario esterno ma si “gioca” soprattutto internamente (gioco interno – inner game) contro le proprie limitazioni mentali e l’auto-sabotaggio.
Il “gioco interiore” è caratterizzato dal costante conflitto tra il Sé 1 (la parte critica e giudicante, che tende a interferire con le azioni e le performance) e il Sé 2 (la parte più istintiva e capace, che possiede le risorse per l’apprendimento e l’esecuzione).
Soltanto se si impara a “lasciar andare” le interferenze del Sé 1 e a fidarsi del Sé 2, si può ottenere una maggiore performance e raggiungere risultati migliori, non solo nello sport ma in ogni aspetto della vita.
P= p – i (Performance= potenziale – interferenze)
La famosa formula dell’Inner game sviluppata da Gallwey indica che la performance di un individuo è il risultato del suo potenziale meno le interferenze che lo ostacolano. Le interferenze sono principalmente di natura interna come emozioni negative (paura, ansia, stress), pensieri limitanti (dubbi, paura del fallimento, bassa autostima) e difficoltà di concentrazione.
Alla luce di quanto letto, è errato paragonare l’attività canora (nello specifico un concerto/esibizione) a una performance, e il cantante ad un atleta?
Per rispondere adeguatamente a questa domanda occorre prima fare delle considerazioni.
Il cantante come l’atleta deve spesso raggiungere e mantenere una notevole forma fisica e resistenza per sostenere la performance, specialmente quando si esibisce in concerti o lunghi tour. A tal fine si prepara quotidianamente per il concerto, sviluppa nel tempo un allenamento che gli consente di mantenere elevati standard di tenuta psico-fisica in tutte le fasi della performance (pre-durante-post).
Sebbene il canto non rientri tra le attività sportive e il cantante non debba necessariamente essere uno sportivo, l’attività canora, soprattutto se portata ad un livello professionale, può essere considerata un atletismo a tutti gli effetti. Cantare ad alte intensità richiede infatti l’impiego di tanta energia fisica e mentale: controllo del respiro, elasticità corporea, resistenza, concentrazione, ecc.
A questo punto la risposta corretta è: si, il canto professionistico può essere considerato un atletismo, l’unico errore nel definire atleta un cantante è soltanto terminologico.
La vera domanda da porsi è: attenersi alle definizioni in questo caso non sarebbe un “limite” mentale?
SBLOCCA LA TUA VOCE
Si, esattamente! Si tratta proprio di rimuovere dei blocchi, o meglio, delle “interferenze” che impediscono alla voce di “fluire” liberamente.
La maggior parte dei cantanti (professionisti e non) che ho conosciuto lamenta spesso la stessa difficoltà, ossia fatica e rigidità nel liberare la propria voce. In alcuni casi tale rigidità si manifesta con una certa frequenza, in altri si tratta di episodi sporadici.
Per quale motivo?
Si è convinti di non avere la tecnica necessaria per ottenere i risultati tanto sperati. Ma siamo sicuri che si tratti solo di un limite tecnico?
Nella mia esperienza di cantante e Vocal Coach ho avuto a che fare con cantanti/attori/performer molto preparati tecnicamente, eppure quasi tutti lamentavano episodi di rigidità, sovraccarico vocale e, di conseguenza, paura di non farcela.
La tecnica vocale è fondamentale per un cantante ed è un aspetto ampiamente trattato durante le mie lezioni. Certamente una buona tecnica consente al cantante di preservare il proprio “strumento” nel tempo e di affrontare performance intense con più sicurezza (soprattutto in momenti di difficoltà vocale dovuti a infiammazioni/allergie ecc.).
E allora siamo sicuri che il blocco dipenda soltanto dalla mancanza di un’adeguata tecnica?
La tecnica è importante ma non è tutto!
Mi fa strano pensare che un cantante durante una performance pensi alle posizioni corrette del tratto vocale, al fiato, o addirittura (surreale) alla posizione della laringe.
Facciamo un esempio con un altro tipo di performance: quella sportiva.
Secondo voi quando un tennista effettua uno scambio si preoccupa di come sta impugnando la racchetta e/o della postura del corpo?
Un calciatore quando tira la palla in porta o effettua un passaggio pensa alla posizione del piede o come colpire la palla?
La risposta è ovvia: NO!
Entrambi si lasciano trasportare dal flusso (FLOW) della performance perché si concentrano sul momento presente della performance stessa, e non sul risultato! Sanno che per “apprezzare” la destinazione è importante godersi prima il viaggio!
Ok, ora basta con le metafore 😄
Tutto ciò per esprimere un concetto molto semplice quanto importante: l’elemento cruciale di tutte le performance (sportive, artistiche ecc.) è la capacità di esprimere al meglio le proprie potenzialità senza che via siano “interferenze”, o se preferite ostacoli. Se questi elementi di disturbo prendono il sopravvento il performer non sarà mai in grado di concentrarsi ed esprimere il proprio potenziale, nonostante l’immenso bagaglio tecnico.
Quante volte abbiamo visto dei campioni di tennis/calcio/arti marziali/cantanti essere ad un passo dalla vittoria, eppure fallire “inspiegabilmente”?
No, non si tratta di un problema tecnico ma di qualcosa che ha destabilizzato la concentrazione, che ha interrotto quel “flusso” magico.
E cosa esattamente?
Non possiamo essere certi della natura che ha causato il blocco perché non siamo capaci di addentrarci nei pensieri del performer/atleta.
Tuttavia una cosa è certa, la causa condizionante proviene dall’interno ed è data dal “rumore mentale” o “lavoro mentale” in eccesso (subentrato per X motivi) in un momento in cui era fondamentale restare concentrati per non interrompere quel flusso.
Spesso il nostro reale “ostacolo” durante una performance non è lo sfidante, il pubblico, la canzone difficile o la nota impossibile ma l’eccessivo spazio che lasciamo alla mente giudicante la quale ha il potere di compromettere e, in alcuni casi, sabotare ciò che stiamo facendo. Durante una performance vocale riusciamo a dare il massimo di noi stessi, ad esprimere tutto il nostro potenziale soltanto se siamo capaci di “rimuovere” quei blocchi/interferenze che ci impediscono di esprimerci al meglio.
ATTENZIONE!
Ci tengo a specificare che il Mental Coaching non è psicologia, non è psicoterapia ma è un metodo il cui strumento principale è l’utilizzo di domande per aiutare le persone a raggiungere il proprio potenziale, promuovendo l’auto-riflessione, la consapevolezza e la responsabilizzazione.
Occupandomi di voce da oltre 20 anni sia come cantante che Vocal coach, ed in qualità di Mental Coach (Diploma Nazionale CSEN – Accreditato dal CONI), ritengo che il Mental Coaching, se applicato correttamente, sia uno strumento estremamente funzionale ed efficace per il canto.
Sei curioso/a di scoprire cosa è in grado di fare una voce senza “interferenze”?
Prenota un colloquio conoscitivo!
INFO
andrea.scacchioli@gmail.com
3298166647
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FONTI
[Timothy Gallwey, The Inner Game Of Tennis, Rizzoli, 2023]
[John Whitmore, Coaching, Unicomunicazione, 2018]
[Andrea Scacchioli, Giulio Garghentini, Dalla Lezione di Canto al Palco – il Giorno del Concerto, 2023]
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